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IL TRAUMA: DEFINIZIONE E RIFLESSIONI TEORICHE

Negli ultimi due decenni ci sono state numerose ricerche intorno al concetto di trauma. Sono due le principali accezioni che ruotano attorno a questo termine.

La prima fa riferimento al trauma da shock o da evento specifico o isolato. Ed è un tipo di trauma al quale può fare seguito un disturbo specifico:

 IL DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS. Compare all’interno del sistema di classificazione diagnostica del DSMV anche se nasce nel 1980 come disturbo nel DSMIII e viene definito in questo modo:

 “Una persona viene esposta ad un evento terribile che ha implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri, che causa paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore. Questo produce una serie di manifestazioni:

  • Flashback, incubi, sensazione che l’evento sia ancora in corso
  • Evitamento persistente e invalidante (di persone, luoghi, pensieri o sentimenti associati al trauma, a volte amnesia per importanti parti del trauma)
  • Aumento dell’arousal, stato di eccitamento (insonnia, ipervigilanza o irritabilità)

Quindi una persona è improvvisamente devastata da un evento atroce e non sarà mai più la stessa. Il trauma può essere finito ma continua a essere riprodotto in una ripetizione di memorie e in un sistema nervoso che si è riorganizzato.

E’ necessario specificare se il PTSD è “acuto” (se la durata dei sintomi è inferiore a 3 mesi), “cronico” (se la durata dei sintomi è 3 mesi o più), oppure “ad esordio ritardato” (se l’esordio dei sintomi avviene almeno 6 mesi dopo l’evento stressante).

 Il secondo significato che viene attribuito al termine trauma fa riferimento a delle esperienze traumatiche continuative che riguardano lo sviluppo della persona. E significa che non c’è stato un evento specifico ma la persona ha subito abitualmente, da parte delle figure di riferimento situazioni di grave trascuratezza, maltrattamenti, abusi durante l’infanzia. L’accumulo di queste esperienze ripetute rappresenta un importante fattore di vulnerabilità per un’ampia gamma di disturbi psichici e sintomi.

In questo caso si parla di un trauma che avviene nel corso dello sviluppo del bambino e che viene definito per esempio da Masud Kahn, 1963 con il termine di trauma cumulativo.

Per chiunque abbia studiato psicologia non rappresenta una novità il fatto che le esperienze di trascuratezza che il bambino subisce non abbiano ripercussioni sul suo futuro ed eventuali stati sintomatologici o patologici.

Per questa tipologia di trauma manca un inquadramento e riconoscimento nosografico ufficiale e quindi comune a tutti gli orientamenti che permetta di identificare una sindrome specifica che affondi le sue radici in uno sviluppo traumatico e che possa essere diagnosticata nell’adulto con altri disturbi di Asse I o II.

Diversi clinici e ricercatori esperti di patologie correlate ai traumi hanno proposto varie diagnosi, molto simili fra loro, che permetterebbero di identificare anche negli adulti gli esiti psicopatologici legati ai traumi relazionali ripetuti e cumulativi subiti nell’infanzia: Disturbo Traumatico dello Sviluppo (Van der Kolk, 2005) e PTSD complesso (Herman, 1992), per citarne alcuni.

Sembra, inoltre, esserci un buon accordo sul fatto che le conseguenze ad esperienze traumatiche ripetute riguardino principalmente le funzioni integratrici di memoria e coscienza ed esiti patologici che sfociano pertanto in sintomi dissociativi e incapacità di autoregolarsi, come mettono in evidenza anche Liotti e Farina nel loro ultimo libro “Sviluppi traumatici”, dedicato proprio a questo argomento (Liotti e Farina, 2011).

Questo sul piano della ricerca, di fatto si sta cercando di classificare sotto un’unica terminologia quasi un secolo di studio di innumerevoli autori nel campo della psicoterapia psicodinamica e mi riferisco a Bowlby, Bion, Ferenczi, Fairbairn e Winnicott che si sono occupati di osservare, analizzare e definire le relazioni di attaccamento fra madre o chi si prenda cura di lui e bambino. Attraverso questi autori si cerca di mettere in luce come le esperienze di deprivazione e gli stili disattativi di attaccamento hanno ripercussioni sul futuro del bambino.

Ciascuno di essi a suo modo ha esplorato come le esperienze precoci diventano predittive

  • della qualità delle relazioni future con gli altri
  • Inoltre il senso di sé più intimo si costruisce attraverso gli scambi minuto per minuto per i nostri caregivers.

La base sicura o madre sufficientemente buona, o madre in grado di sintonizzarsi emotivamente, o che sappia fornire un’esperienza di contenimento e regolazione delle emozioni, sono tutte terminologie diverse per denominare la stessa esperienza di qualità di presenza del caregivers, amore, fiducia, armonia, sintonia di cui ha bisogno un bambino per poter costruire un senso di sé integro e una buona capacità di muoversi nel mondo e nelle relazioni future.

Allo stesso modo quindi le esperienze di deprivazione, maltrattamento, negligenza nella cura, abbandono hanno appunto un impatto traumatico e sintomatologico nel bambino a cui spesso, racconta V.D.Kolk, vengono attribuite fino a 5 o 6 diagnosi differenti che non tengono conto della dimensione relazionale e del fatto che i sintomi del bambino non vanno attribuiti ad altro che una relazione disadattiva e a traumi ripetuti. Spesso accade in ambito ospedaliero.

Il trauma da sviluppo si potrebbe dire che viene cronologicamente prima del trauma da evento o da shock. Per questo è bene tener presente nella cura e nel trattamento del Ptsd che di fronte a noi c’ è un individuo che ha assistito o ha vissuto in prima persona un evento brutale o sconvolgente ma che arriva da noi con un suo modo di relazionarsi, di stare al mondo che sono frutto della sua esperienza precoce e del suo sviluppo e non sappiamo se è in grado di sintonizzarsi con noi.

Autori come Van der Kolk e altri ricordano che nella cura del ptsd bisogna tener conto degli effetti di eventi traumatici specifici ma anche “delle conseguenze del non esser stati rispecchiati, riconosciuti, del non aver ricevuto un accudimento consistente e affettivo.” C’è una base relazionale che va costruita con il paziente. Perché prima di tutto se non siamo in grado di sintonizzarci con lui non è possibile guarire il trauma.

Questo significa che la qualità dell’accudimento primario è decisamente importante per la prevenzione dei disturbi mentali e per lo sviluppo del ptsd. Infatti non tutte le persone che vivono un evento choccante o una catastrofe necessariamente sviluppano il Ptsd.

Ciò significa che colui che ha alle spalle esperienze di accudimento “buone” ha meno probabilità di sviluppare un Ptsd.

La direzione di cura del Ptsd va sempre più verso un sistema di trattamento integrato che significa:

  • si cerca di tener presente che esistono i traumi da sviluppo della persona e di conseguenza nella cura è importante occuparsi dell’aspetto relazionale e quindi di costruire una relazione di supporto e sostegno. (L’aspetto relazionale e dei legami di attaccamento è fondamentale nella cura del Ptsd).

Se pensiamo, dopo un trauma come un’aggressione o un incidente o un disastro naturale i sopravvissuti richiedono la presenza di persone, facce e volti familiari, contatto fisico, cibo e un posto sicuro dove dormire.

  • tiene conto del fatto che il trauma impatta sul corpo e sulla mente e di conseguenza la guarigione va verso una direzione di trattamento integrato.

Parlare del trauma non basta. E questo riguarda per entrambe le forme di trauma. Perché il trauma ha in entrambi i casi un impatto sul corpo.

Mente e corpo sono strettamente connessi.

E questa importante connessione è il principio di base dell’analisi bioenergetica e dal quale non si può prescindere nella cura della persona.

© Cristina Radif | P. IVA 02074720992

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