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Paoline era seduta di fronte a me. Una donna bionda e piuttosto robusta. 

“Non riesco più a prendere l’ascensore”, furono le prime parole che balbettò con tono strozzato. 

Fu come se quell’informazione fosse più importante di qualsiasi altra.

Aveva due figli e un marito, ma non sembrava importarle. Aveva perso la madre da giovane, ma nemmeno quel dato pareva essere granché rilevante. 

A lei interessava l’ascensore perché ogni giorno quell’ostacolo insormontabile la costringeva a fare sei piani di scale a piedi. Oltre a questo impiccio era costretta a farfugliare scuse ai colleghi, “il caffè no, il pranzo no, grazie”, perché i bar si trovavano tutti nel palazzo di fronte all’ufficio.

L’ansia e la paura per quell’enorme navicella di acciaio avevano iniziato a comprometterle la vita di tutti i giorni. 

Che sia un ascensore, un treno, un viaggio in autostrada, uno spazio aperto o un discorso in pubblico, poco cambia. Quando un treno o altro genera ansia o paura, si può innescare nella persona una condotta di evitamento. Di fronte alla minaccia Pauline evita, potesse rimandare o delegare ad altri probabilmente lo farebbe. 

Evitando, Pauline si sottrae alle emozioni negative (ansia, paura etc.) e in questo modo si mette al sicuro o quantomeno questa è la sua percezione. 

“Il problema”, proseguì nel narrarsi, “è che non prendere l’ascensore sta diventando una gabbia”. Cominciava a sentirsi incapace di affrontare le situazioni, la sfiducia e il senso di fallimento stavano prendendo il sopravvento.  

“Potrei dire che mi sono slogata la caviglia”, rifletté, “oppure che il medico mi ha impedito di salirci. No, non può funzionare. Se riuscissi a dire la verità, almeno a Carola, lei sì che potrebbe capire. No, impossibile, penserebbe che sono matta, spargerebbe la voce e chissà che figuraccia con i colleghi”. Questi erano i suoi pensieri, fin dal primo risveglio. Perché l’ansia alla lunga genera intorno all’oggetto percepito fonte di stress, un turbinio di rimuginazioni dal carattere ossessivo. 

Era come isolata nella paura: i pensieri rimbalzavano fra sé e sé e un senso di vergogna le impediva di narrarli. 

Poi un giorno cambiò tutto. 

Soltanto due parole, pronunciate a gran voce: “ho paura”. Non l’aveva mai espresso e forse non ne era nemmeno stata così consapevole. Fino a quel momento, i giudizi che si innescavano nella sua mente ogni volta che arrivava di fronte all’ascensore erano più forti: “sali, insomma! Ma come è possibile che una donna di cinquant’anni non riesca a prendere un ascensore! Sono proprio stupida, anche i bambini ne sono capaci!”. Questo frastuono non le permetteva di sentire e concedersi la paura che sentiva e non faceva altro che accrescere il senso di inadeguatezza.

In un momento successivo riuscì a chiedere aiuto e ad appoggiarsi. E l’ultimo passo, proprio come accade con i bambini, fu caratterizzato dall’acquisizione graduale di fiducia in se stessa e di autonomia.

Come l’adulto accompagna lentamente un bambino dentro all’esperienza percepita come spaventosa per lasciarlo andare da solo una volta che si sente al sicuro, anche il terapeuta, con l’adulto, compie lo stesso processo di sostegno.