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“Bisogna guardare avanti”, mi hanno sempre detto.

Ho fatto il contrario, ogni giorno. 

Ne ho fatto un mestiere. In pratica ho guardato indietro, sempre.

A volte non è proprio possibile andare avanti se prima non si attraversano i sentieri del passato. 

Un viaggio indietro permette di rivolgersi al futuro, migliorando la qualità della vita. 

Guardare avanti può essere un imperativo, un diktat interiore, il cavallo di battaglia per chi non può guardare indietro, perché non ha la forza.

Allora guardare avanti diventa l’unica strada percorribile. La strada che protegge da emozioni intollerabili. 

Non ci si volta, si procede come burattini nella vita, veloci, irrigiditi, ad occhi chiusi.

Si pagano diversi prezzi. Ma a volte è l’unica strada percorribile.

Guardare avanti non vuol dire solo questo. Accade se è stata sufficientemente profonda l’immersione nel passato. Qualche nodo si è sciolto, qualche emozione intrappolata ha avuto modo di esprimersi, i non detti si sono trasformati in nitide affermazioni, i traumi hanno assunto sembianze più digeribili. Finalmente si respira a pieni polmoni.

Solo allora lo sguardo si posa automaticamente in avanti. Si progetta e si disegna il futuro. Lo si fa col sorriso, con piacere e vitalità. Ma soltanto perché lo sguardo sul passato è stato fruttifero.

Cosa che non sempre accade.

Accade di vivere nel passato, di vivere come se il tempo si fosse fermato.

Allora il viaggio prende sfumature diverse. Non è nemmeno un viaggio, non c’è esplorazione. Ci sono persone intrappolate nel passato e parte della loro vita si caratterizza di rimuginìi, ruminazione, rimpianti, colpa, pensiero ossessivo, emozioni inespresse, immobilità, menti che si aggrovigliano sugli stessi sentieri, incapaci di trovare vie di uscita.

Allora sì che il viaggio nel passato diventa poco costruttivo.

Ci vuole il giusto modo di guardarsi indietro, ci vuole qualcuno che ci accompagni in questo percorso, ci vuole uno sguardo presente, una voce ferma, orecchie attente.

Ci vuole qualcuno che abbia lo spazio sufficiente per stare con noi, la disponibilità interiore, la capacità di accogliere tutte le emozioni che un tempo non hanno avuto “altri” in grado di farlo.

Ci vuole sostegno.

Da soli non è possibile.