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Giovanna tutti i giorni si sveglia e va in palestra, poi si veste e va al lavoro. Dopo una mattinata solitamente indaffarata, mangia un’insalata a pranzo, una telefonata al marito e poi riprende a lavorare. Infine, alla sera, quando riesce, va a cena fuori con amici. È generalmente ben vestita, truccata e spesso trascorre le domeniche all’aria aperta con il figlio e il marito.

Apparentemente tutto funziona. Un buon lavoro, un figlio e un marito con cui va d’accordo.

Nella realtà, invece, soffre di forti emicranie, si sente rimproverare dal marito di essere “scattosa” e non è soddisfatta. 

Durante il nostro incontro, mentre il suo corpo si muove in maniera agitata nella stanza, la sua mente produce un racconto diverso dai segnali che trasmettono quei frenetici movimenti. 

È come se il corpo e la mente si contradicessero di continuo.

Osservandola mi colpisce la mandibola tesa dalla rabbia, mentre l’emicrania appena raccontata lascia trasparire un’eccessiva stanchezza accumulata. 

Quella donna si racconta, giorno dopo giorno, e qualcosa comincia a schiarirsi.

Un lavoro di cui parla in modo poco appassionato, un figlio che ama, certamente, ma nei confronti del quale riporta un sottile fastidio celato, una sorta di insofferenza. 

Una scuola imboccata, ai tempi, unicamente per assecondare i desideri tradizionalisti del padre, un’università estera per inseguire l’immagine della ragazza indipendente e l’ingresso in un mondo del lavoro “cool”, che la elevasse dagli amici, a suo dire, banali. 

Un figlio arrivato quasi per convenzione e per compiacere un desiderio del marito: “ci siamo sposati e quindi abbiamo avuto un figlio”.

Nel dipanarsi degli incontri, gradualmente si svela una vita mai scelta finché un giorno, improvvisamente, irrompe con una serie di domande: “Quali sono i miei veri desideri? Chi sono davvero?”.  Batte le nocche sul tavolo ed è pura frenesia quella che sgorga dai suoi gesti. 

Ha scelto in nome di qualcun altro. Prima seguendo i sogni del padre, poi l’ideale di donna dalla carriera “cool” e infine il marito che desiderava tanto un figlio. Ad osservarla ho la sensazione di non metterla a fuoco, è come se indossasse un abito di altri, che non le appartiene. 

Questa donna nel raccontarsi comprende a malincuore di aver anteposto il desiderio degli altri ai propri e di vivere immersa in una condizione di costante insoddisfazione. “In realtà”, dice, “Non vivo il presente, ma nella mia mente esiste un altrove ipotetico sempre più attraente”.

Si identifica più con la mente che non col il corpo. “Quando decido qualcosa”, prosegue, “Lo faccio in nome di un’immagine ideale: si apre un “file” che mi ricorda che cosa farebbe in quell’occasione una madre modello, una moglie perfetta o appunto una donna in carriera . E ogni volta, anziché ascoltarmi per decidere sulla base di ciò che sento, metto direttamente in atto quel comportamento ideale, non mio”. 

L’ideale fa compiere azioni a volte anche molto distanti dal vero sé; scegliere un lavoro perché si insegue un ideale (donna in carriera) oppure perché appassiona, è molto differente. L’ideale non porta soddisfazioni tangibili, il desiderio invece sì.

Ciò che conta, al di là di tutto, è che si svela davanti a me un vero dramma, quello del compiacimento dei desideri altrui e di scelte compiute guardando sempre fuori da sé: rincorrendo l’immagine di ciò che si dovrebbe essere o, appunto, il desiderio di qualcun’altro. Ma fino a che lo sguardo non si sposta dentro, non si può avere accesso ai propri sogni. 

Il desiderio è come un motore che ci orienta verso la gioia e la soddisfazione, ma se non lo incontriamo queste ultime saranno irraggiungibili. 

E quando una scelta non ha origine da un desiderio, prima o poi, sarà il corpo a richiamare all’ordine le persone. Busserà attraverso i suoi sintomi (ansia, emicrania, stanchezza, irritabilità etc.) per dire: “Ricordati ogni giorno di chiederti che cosa vuoi veramente”. A quel punto la risposta arriverà soltanto posando lo sguardo su di sé, non sulle immagini ideali che ci siamo costruiti nel tempo e tantomeno sui desideri di altre persone. Soltanto allora il vestito non sarà più né troppo stretto né troppo largo, ma semplicemente quello giusto.