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“Usi spesso Facebook?”, chiedo incuriosita, “ogni tanto”, risponde chiunque, e mentre noto lo sguardo che appassisce, vedo il disagio fiorire con l’imbarazzo.

La verità è che il signor “chiunque” ci passa molto più tempo di quello che dichiara e non lo usa soltanto con “criterio” o per le cose che sente “utili”. Però non lo dice.

I nostri tempi “morti” sono fatti di un vagabondaggio senza meta, di controllo della posta, Facebook, Whatsapp, Twitter e via dicendo. E fino a qui, nessuna scoperta.

Ma perché un’omissione? Se domandiamo a una persona che soffre di disturbo di dipendenza da alcol quanti bicchieri beve al giorno, tenderà a diminuire, per vergogna appunto, o per apparire migliore o ancora per raccontare a se stesso una verità più tollerabile.

Allo stesso modo tante persone trascurano e negano la difficoltà che hanno a staccarsi da Facebook, per dirne una, ma più in generale da tutto ciò che li “riempie” all’interno del web.

“Io non ho il desiderio di guardare Facebook perché non mi interessa, eppure lo faccio. Cinque, dieci o venti volte al giorno. E così per altri siti. Ma io realmente, non sto cercando niente”, mi disse una paziente.

Non è il desiderio che muove, bensì l’automatismo. E soprattutto il nostro caro e famigerato bisogno di riempire. Siamo incollati all’oggetto, che questa volta e in questi tempi è un “oggetto virtuale”.

Arriviamo a fine giornata sempre più “grassi” e sempre più saturi. Ed ecco perché diventa difficile far spazio al desiderio.

C’è uno spazio a cui l’uomo non da spazio. È quello vuoto, del silenzio, del nulla, del sentire e dell’ascolto. Da qui normalmente germogliano i desideri.

C’è un fenomeno che si osserva di continuo, sugli autobus, in treno, per strada e ovunque ci giriamo. Lo osservo in me stessa come in chiunque io mi imbatta. Non ha a che fare con il vuoto, ma con il pieno. Riguarda il soggetto e gli innumerevoli gadget con cui si fonde inconsciamente in un tempo fatto di schermi in cui perdere se stessi, il corpo e più di tutti la presenza.

Il signor “chiunque” legge il giornale e lo fa per davvero, con presenza e concentrazione, al mattino mentre fa colazione. Poi esce di casa, ma non dopo aver controllato la sua casella di posta. Cosa che farà nuovamente a metà della mattina e ancora a distanza di mezz’ora e poi aprendo quella e quell’altra applicazione, aggiornando la pagina delle notizie, pur avendolo fatto poco prima, e così via, fino ad arrivare a Facebook, per sfogliare le foto dell’amico, che ha trascorso il weekend sugli sci, o guardare il profilo aggiornato della fidanzata, alla quale lascerà un commento o un cuoricino, che a sua volta risponderà al commento, aprendone degli altri. O il vicino di casa che mostra il sorriso del figlio al primo giorno di scuola. O l’altro amico che è in macchina e posta un’emoticon rossa di rabbia ai suoi 489 amici, per comunicare che, alle 13.45 di giovedi 10 Febbraio, è in coda in autostrada.

Perché, diciamolo, Facebook in fondo è anche questo. Non solo, ma soprattutto. Una grande vetrina che abbonda d’immagini e pettegolezzi e che insieme alle altre miriadi di app genera un’apnea che in maniera sottile e inconsapevole non fa altro che allontanarci dai noi stessi.

E allora, probabilmente, chi ha letto il giornale alla mattina avrà fatto l’unico gesto conscio fra sé e il web di tutta la giornata. In tutto il resto, pur essendo sempre connesso, è spesso sconnesso. Al suo posto lascia un corpo addormentato, ogni tanto qualche smorfia ed uno sguardo imbambolato.