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Una piccola stanza e, seduti attorno a un tavolo, tre donne e tre uomini. Si guardano incuriositi, l’uno dalla vita dell’altro. Chi guarda per aria, chi l’uscio della porta fantasticando per un attimo di fuggire a gambe levate.

Andrea non manca di andare tutti i giorni in palestra, Sara spesso si abbuffa, Paolo beve, Elena passa ore su Facebook, Maura acquista d’impulso e Roberto “clicca” ogni giorno d’azzardo. Tutti quanti non ne possono fare a meno, e questo è ciò che li accomuna.

Ognuno di loro possiede il proprio “oggetto d’amore” e che si tratti di cibo, sport o di una macchina che sputa soldi a raffica, è per tutti il primo pensiero della giornata e l’ultimo ad accompagnarli mentre si rimboccano le coperte.

Un “partner-oggetto” con cui vivere una memorabile luna di miele che per tutti però, si è tramutato in una lotta sfiancante quando è cresciuta la consapevolezza di diventarne sempre più schiavi.

“Perdo il controllo”, dice con gli occhi sgranati chi di notte si smarrisce tra i dolci della propria cucina. “E’ come se diventassi un tutt’uno con quella macchina”, dice Roberto riferendosi alla slot machine del bar lugubre sotto casa. “È come mettere le dita in una presa!” sbotta Paolo, “sai che ti fa male, ma continui ad infilarle”.

Gli sguardi stupefatti si incontrano e i volti annuiscono rassegnati, perché in quegli stralci di racconti ognuno rivede, ascoltando l’altro, la propria storia, per la prima volta, da fuori. E ciò non è affatto piacevole.

Tutti loro, almeno in un’occasione, hanno potuto assaporare il benessere e la libertà derivanti dall’assenza del proprio “oggetto d’amore”, allo stesso tempo nessuno riesce ad allontanarsene.

Un tutt’uno con l’oggetto che non lascia uno spazio di vuoto: “e se mi stacco cosa accade?”, chiede chi nel vino si affoga ogni sera.

Nessuno si sgancia e tutti si sentono schiavi ed impotenti.

E sebbene ciascuno attorno a quel tavolo sia legato agli altri da molti più aspetti di quanti ne immagini, ogni storia rimane comunque diversa.

Il sintomo (vino, cibo, iper-fitness, tavolo da gioco etc.) prende sempre il posto di qualcos’altro e la relazione fra il soggetto e il suo oggetto-sintomo porta informazioni preziose proprio sulla vita della persona.

Non è noto se il vino sia per Paolo una consolazione, il fitnessper Andrea un tentativo di scaricare una tensione e il cibo per Sara un goffo riempimento di un vuoto d’amore.

Poiché ogni storia è unica, il sintomo, le emozioni che trascina con sé e i suoi significati devono essere gradualmente srotolati come una vecchia pellicola.  E’ il terapeuta che imbastisce questo lavoro assieme a chi gli rivolge la domanda di aiuto. 

Tutto ciò che viene dopo, l’esperienza di sganciarsi dall’oggetto, la sua assenza e quindi una possibile via di guarigione, arrivano da sé.

E quando ciò accade, il terapeuta si fa osservatore di un paziente che inizia a compiere i suoi meritati passi verso la libertà.