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Beatrice era davanti allo specchio.
“Come ti sei permesso?” disse all’immagine davanti a sé.
Quel suono salì al cuore, fino a farlo vibrare. Una voce sempre più sonante, d’ora in avanti, l’avrebbe protetta da ogni sopruso. Una dignità ormai sepolta cresceva fiduciosa.

“Come ti sei permesso?”, sussurrò nuovamente.

Si esercitava Beatrice, voleva sapere se sarebbe stata capace un giorno di pronunciare davvero quelle parole. A gran voce, sguardo dritto negli occhi. 

Era fuggita Beatrice. Fuggita da lui. Alto, brizzolato, dal petto ingrossato di sé, si era lasciata alle spalle umiliazioni, violenza psichica, aggressioni verbali e quel senso sottile di implicita sottomissione.
Aveva subito per anni, senza accorgersene. 
Lei lo amava, ma l’altra faccia di quell’amore si chiamava potere. 
Lo aveva ammirato e venerato, tutto era filato liscio, per un po’. Lui, a quel potere non sapeva rinunciare e quando lei le era sgusciata dalle mani, proprio non riusciva a digerirlo.

Quel legame per Beatrice era una gabbia, la gabbia psichica e tipica del manipolatore, intrisa di sfaccettature che oggi diventavano sempre più evidenti. Davanti allo specchio quella fragile donna srotolava la pellicola di un passato di dolore. 

“Tu, mi controlli con arguzia. Manovri, persuadi, falsifichi. Confondi, spiazzi, zittisci. Vola via, mi dicevo. Ma le mie mani restavano impaurite, incollate alle tue.
Tu, al quale opporsi non era un diritto, ma un atto di lesa maestà. No al dissenso, alle obiezioni. 
Tu, mi guardavi, ma non mi vedevi, incapsulato dentro a te stesso. 
Tu, patologico e indistruttibile bugiardo, negavi. Ammettere significava crollare.
Tu, sapevi sempre quale fosse il mio bene, confondendo l’empatia con il gusto perfido del controllo. 
Tu, smarrito il potere provocavi fino a farmi impazzire. 
Tu, sei così fragile da nutrirti della mia venerazione. I miei occhi ti fanno rialzare, perché da solo in piedi non ci puoi stare. I miei occhi ti donano importanza. La tua grandezza è sorretta dal mio sguardo.
Non ti nutri più di me, ma ti sarà facile scovare chi saprà darti occasione di prevaricare.
Ed infine io, libera nella mia quiete, osservo le tue vane provocazioni scivolare nel vuoto. 
Ti guardo da qui, davanti allo specchio, una benefica e sudata distanza, provo compassione. Non so se sarò capace di dire, ma è certo che ora saprò respirare. 
Ero cieca, ingarbugliata in un potere sottile, in un silenzio assordante. 
Avrei dovuto difendermi prima, non ne sono stata capace. Sarei dovuta andare via prima, ma non ne sono stata capace”.

Beatrice sorrise, le lacrime scendevano brucianti sul viso. 
Finalmente era libera.